27 Gennaio 1945

 

Parlando alla XXXIV Assemblea generale dell’ONU, il 2 ottobre 1979, Giovanni Paolo II, ricordando il pellegrinaggio che alcuni mesi prima egli aveva fatto ad Auschwitz, ha affermato che proprio a quelle orribili sofferenze che hanno coinvolto milioni e milioni di persone si è dovuta la proclamazione, il 10 dicembre 1948, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo[1], che dell’ONU costituisce la pietra angolare. Un prezzo così alto e così tragico che dovrebbe indurre tutti gli uomini a non sperperare invano quel patrimonio di valori che si è condensato nella Dichiarazione e che costituisce, forse, l’unico modo per l’umanità del nostro secolo di prendere sul serio la vergogna di cui si è macchiata costruendo i campi di sterminio[2].

Ricorre oggi il 72° anniversario della liberazione dai campi di concentramento di Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono, per la prima volta, la vergogna e l’orrore del genocidio nazista, di cui l’intera umanità si è macchiata.

In Italia, la legge 211 del 20 luglio del 2000, “Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000, ha formalmente riconosciuto questo giorno, il 27 gennaio, come il giorno della commemorazione delle vittime dell’Olocausto.

Si riportano, di seguito, i due articoli della legge in questione:

Art. 1.

1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.

1. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

 

 

 

[1] Nel 1978, per celebrare il trentesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’ONU ha pubblicato un documento ufficiale, in cui sono stati raccolti ben ottantotto testi di dichiarazioni dei diritti umani, dal Bill of Rights del 1689, alla Dichiarazione dei diritti dei disadattati del 1975.

[2] FRANCESCO D’AGOSTINO, Lezioni di filosofia del diritto, Giappichelli Editore, quinta serie – 10, pag. 240.

#27gennaio, #dirittiumani, #giornodellamemoria

La libertà personale.

La libertà personale, così come ogni altro diritto di libertà, è un diritto naturale dell’uomo che l’ordinamento si limita a riconoscere, non essendo una sua concessione. Essa si sostanzia nel diritto a non subire imposizioni tanto da altri soggetti, che dalla pubblica autorità, sia in una dimensione fisica che morale[1].

Il concetto di libertà personale, in dottrina, non è sempre stato del tutto pacifico. Una buona parte degli studiosi di diritto costituzionale intende la libertà personale, in armonia con quanto emerso dai lavori preparatori, in maniera del tutto restrittiva, come libertà fisica, da distinguere dalle altre forme di libertà.

Accanto a questo primo orientamento, elaborato dai costituzionalisti, se ne sono delineati altri, aventi come minimo comun denominatore la tendenza ad ampliare il concetto in questione. Si pensi, ad esempio, all’orientamento che riconduce all’art. 13 Cost. anche le limitazioni della libertà morale; si pensi, ancora, agli orientamenti che riconnettono tale concetto alla libertà psicofisica, intesa come libertà della mente e del corpo, nella loro indissolubile unità. Un altro orientamento, nettamente minoritario ma che in ogni caso merita essere menzionato,  ha invece fatto rientrare nella disciplina dell’art. 13 Cost. anche le limitazioni della libertà morale, qualora tali limitazioni determinino un assoggettamento totale della persona all’altrui potere.

Nonostante le contrastanti opinioni dottrinali, la libertà personale va intesa, non come mera libertà fisico-motoria di muoversi nello spazio ma, come facoltà di fare qualcosa, di agire e come libertà da qualsiasi misura coercitiva sul corpo; il soggetto libero non è soltanto quello che può liberamente muoversi nello spazio, ma anche quello su cui non siano attuati interventi coercitivi.

Il codice penale italiano, nel capo III del titolo XII, sotto la denominazione libertà personale, raggruppa una vasta gamma d’incriminazioni, dal sequestro di persona, ai delitti perpetrati dal pubblico ufficiale, cui elemento materiale è proprio quello di privare un soggetto della propria libertà personale, abusando dei poteri inerenti le sue funzioni.

 

[1] Enciclopedia Treccani, voce “Libertà personale”.

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Reato di tortura: il triste quadro internazionale.

La differenza del nostro paese rispetto ad altri paesi europei è proprio quella della mancanza di una fattispecie adeguata a sanzionare il reato di tortura. Dal punto di vista internazionale è una situazione alquanto diffusa, infatti la Corte Europea non ha condannato solo l’Italia. Ci sono condanne anche alla Turchia[1] e la normativa contro il reato di tortura manca anche in Germania[2]; molto spesso, però, si tratta di condanne che si basano su violazioni di obblighi procedurali, cioè vengono accertate le responsabilità ma i fatti vanno in prescrizione, oppure vengono accertate le responsabilità ma le pene sono troppo basse.La situazione in alcuni paesi europei, però, è diversa e, forse, più confortante della nostra. Paesi come Regno Unito[3], Francia[4] o Spagna[5] hanno già una legislazione mirata a punire in modo specifico il reato in questione.

Nel suo rapporto annuale[6] Amnesty International, descrive la situazione dei diritti umani in 159 paesi, nel periodo tra gennaio e dicembre del 2012.  Amnesty, dopo aver esaminato questi 159 paesi, ha diffuso delle statistiche. Secondo l’associazione, 112 paesi (il 70 per cento del totale) hanno torturato i loro cittadini. In 80 di questi (il 50 per cento) si sono tenuti dei processi arbitrari. In 50 paesi (il 31 per cento) le forze di sicurezza si sono macchiate di omicidi illegali in tempo di pace, mentre il 64 per cento ha represso il diritto alla libertà d’espressione. Solo il 21 per cento invece ha eseguito condanne a morte, mentre due terzi del mondo sono abolizionisti, come già era stato anticipato nel rapporto sulla pena capitale diffuso ad aprile.

Si riporta di seguito un passo del rapporto in cui Amnesty parla dell’Italia, riferendosi all’uso eccessivo della forza, da parte degli agenti:

Nonostante non ci siano dubbi che la maggior parte degli agenti di polizia abbia continuato a fare il proprio lavoro in modo impeccabile, testimonianze coerenti raccolte da Amnesty International indicano che alcuni hanno fatto uso eccessivo della forza e hanno fatto ricorso a trattamenti crudeli, disumani o degradanti, o addirittura alla tortura”.

Il ministero dell’interno, però, non ha commentato le denunce raccolte da Amnesty International.

Un’ altro rapporto annuale[7] , alquanto scoraggiante, è quello diffuso il 24 febbraio 2016 da Amnesty che documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi. Amnesty International mette in guardia: la protezione internazionale dei diritti umani rischia di essere compromessa a causa di interessi egoistici nazionali e dell’adozione di stringenti misure di sicurezza, che hanno dato vita a un assalto complessivo ai diritti e alle libertà fondamentali. Il 2016 è stato dichiarato l’anno dei diritti umani in Africa, anche se la gravità degli abusi e delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani commessi in tutto il continente hanno destato grande allarme. Il racconto delle ore che hanno portato alla morte di Giulio Regeni, infatti, è drammatico. Il corpo, ritrovato qualche settimana dopo la scomparsa a Giza, è la prima prova inconfutabile di quello che il giovane ha subito: una tortura efferata condotta da aguzzini professionisti per giorni. Ma ricostruire quanto è successo tra il 25 gennaio e il 3 febbraio tira in ballo gli apparati di sicurezza egiziani, civili e militari, la polizia di Giza, il ministero dell’Interno e la presidenza.

Nel 2015 i continui combattimenti nella Repubblica Centrafricana, nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan, in Burundi, in Sudan del Sud e in Somalia hanno causato migliaia di morti tra i civili. Altri stati dell’Africa occidentale, centrale e orientale, tra cui Camerun, Ciad, Kenia, Mali, Nigeria, Niger e Somalia, hanno dovuto affrontare un altro problema: le violenze di gruppi armati estremisti come al-Shabaab e Boko Haram che hanno causato la morte di decine di migliaia di civili. Nel corso del 2015 le autorità di vari paesi tra cui Angola, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Repubblica del Congo, Etiopia, Guinea, Sudafrica, Togo e Zimbabwe hanno fatto spesso ricorso all’uso della violenza per interrompere manifestazioni e raduni. Diversi paesi della regione hanno approvato però riforme e provvedimenti positivi. In Mauritania, una nuova legislazione ha definito la tortura e la schiavitù un crimine contro l’umanità e ha vietato ogni forma di detenzione segreta.

Discriminazione, violenza, disuguaglianza, conflitto, insicurezza, povertà, danni ambientali e incapacità di assicurare la giustizia alle vittime di violazioni dei diritti umani, hanno interessato nel corso del 2015 anche gli stati americani. I livelli di morti violente nella regione continuano a essere elevatissimi.  Una delle crisi più in rapida evoluzione a livello nazionale è senz’altro quella del Messico, su cui hanno gravato durante l’anno migliaia di denunce di tortura e altri maltrattamenti, oltre che segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali. Negli Stati Uniti, almeno 43 persone sono decedute durante l’anno in seguito alla violenza da parte della polizia e in diverse città si sono svolte proteste contro l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti locali.

[1]La corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato la Turchia il 18 marzo 1997 per il trattamento inumano riservato al leader curdo Abdullah Öcalan, condannato alla pena di morte nel 1999 per attività separatista armata equiparata dalla Turchia al reato di terrorismo. La pena è stata poi commutata all’ergastolo nel 2002 quando la pena di morte è stata abolita nel paese. I giudici europei hanno stabilito all’unanimità che la sentenza inflitta a Öcalan viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che sancisce che nessuno può essere sottoposto a tortura o trattamenti degradanti.

[2]Benché Berlino vieti l’uso della tortura “non esiste una norma specifica del codice penale“. Ci sono tuttavia “norme assimilabili alla fattispecie. In particolare i maltrattamenti fisici e psichici in generale sono puniti con la reclusione fino a 3 anni – elevata a 5 per fatti gravi – che passa da 1 a 10 se compiuti da un pubblico ufficiale“.

[3]Il Criminal Justice Act del 1988 prevede la detenzione a vita per chi commette il reato di tortura. Ossia «il pubblico ufficiale» che nell”esercizio delle sue funzioni «pone in essere azioni tali da procurare ad altri sofferenza fisica o psicologica»“.

[4]Il reato di tortura o atti di barbarie è disciplinato dal codice penale. La pena “minima” è fino a 15 anni senza possibilità di godere dei benefici come la sospensione o il frazionamento. La reclusione può arrivare fino 20 anni se commessa su un minore o un disabile fisico o psichico (fino a 30 se il reato è commesso da un genitore, o in maniera abituale nei confronti di una persona vulnerabile per età, malattia o infermità). In caso di morte è previsto l’ergastolo“.

[5]Il codice penale di Madrid “modula le pene in base all’autore del reato. In via generale la pena va da 6 mesi a due anni. Se a commettere il reato di tortura è un funzionario pubblico la detenzione va da 2 a 6 anni per fatti gravi e da uno a 3 per fatti meno gravi. In ogni caso è prevista l’inabilitazione assoluta da 8 a 12 anni“.

[6] Rapporto Amnesty International, 2012 – 2013, “La situazione dei diritti umani nel mondo

[7] Rapporto Amnesty International, 2015 – 2016, “Diritti in pericolo, assalto globale alle libertà”

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Il governo del terrore

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Le radici di quello che oggi chiamiamo terrorismo affondano in un lontano passato di più di duemila anni fa. Episodi terroristici, infatti, sono avvenuti in tutte le epoche storiche e sotto moltissimi regimi politici, basti pensare alle remote congiure a palazzo, nell’epoca dell’impero romano, fino ai recenti attacchi contro la Francia;  con la differenza che il terrorismo del 21° secolo colpisce soprattutto la c.d. gente comune. Si, la gente comune, non un popolo in particolare, tutti, chiunque, qualsiasi persona, uomo, donna o bambino.

La percezione di questi violenti e spiacevoli episodi terroristici come minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, si fa risalire all’attacco alle Torri Gemelle del 2001, contro gli Stati Uniti ma, le prime manifestazioni terroristiche alle quali fu attribuito rilievo dal punto di vista internazionale e giuridico sono quelle del 19° secolo, contro capi di Stato e di governo.

Sarebbe inutile negare l’esistenza di questa nuova minaccia che sta terrorizzando la gran parte della gente. Il pericolo del terrorismo è concreto e attuale e bisogna fare qualcosa, perché la paura e l’incubo di nuovi attentati non possono e non devono influire sule nostre abitudini e sul nostro modo di vivere.

Altrettanto inutile, sarebbe guardare con sospetto tutti quelli che si distinguono per la loro religione o etnia. Sfatiamo tutti questi luoghi comuni: non tutti i musulmani sono terroristi, anzi, la condanna per questo male è unanime per tutta la comunità di musulmani. Non sono gli islamici a dover essere annientati, non è la religione ma tutti quelli con queste IDEE estreme di morte, di sangue e di guerra che devono essere fermati.

Gli ultimi mesi del 2015 e l’attuale 2016 sono stati devastanti e protagonisti di scenari di guerre in tutto il mondo: bombe da Beirut a Baghdad, fino alle sparatorie di Parigi. Ognuno di questi attacchi ha ferito e ucciso qualcuno e questo qualcuno era un marito, un fratello, un padre, un figlio ma soprattutto era una persona come tutte le altre.

Il terrorismo, che sia etnico, politico o religioso, va combattuto in tutte le sue forme, anche in quelle meno evidenti ai nostri occhi ma siamo sicuri che solo la cultura e l’integrazione tra i popoli può annientare questo male? Io voglio crederci e, soprattutto, voglio sperare che il bene può vincere sul male ma è comunque necessario che le nostre forze politiche e militari facciano qualcosa di immediato, per far si che qualsiasi persona si senta al sicuro in ogni posto del mondo.

#attentati, #terrorismo

Introdotto nel codice penale il nuovo reato di depistaggio

Approvato definitivamente il cinque luglio 2016, dalla Camera dei deputati,  il disegno di legge proposto da Paolo Bolognesi, che introduce nel codice penale, all’art. 375, il nuovo reato di frode processuale e depistaggio.

Il nuovo reato, previsto come circostanza aggravante del delitto di falsità processuale, punisce con la reclusione da tre a otto anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che compia azioni dirette a impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale. La particolarità sta nel fatto che, per tale reato, i termini di prescrizione sono allungati addirittura del doppio.

Soggetto attivo del reato può essere solo un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico sevizio, trattasi dunque di un reato proprio. La condotta incriminata consiste nel compiere azioni dirette a ostacolare, impedire o sviare un’indagine o un processo penale e tali azioni possono materializzarsi in un mutamente del corpo del reato, dello stato dei luoghi o delle cose, oppure in una falsa affermazione, negando il vero o tacendo.

Scatta l’inasprimento di pena da sei a dodici anni, quando il reato riguarda processi per gravi stragi di terrorismo, di mafia, associazioni segrete, traffico di armi o altri reati gravi. Nel caso in cui la condanna supera i tre anni, si applica l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Una diminuzione della pena è prevista per chi si adopera per ripristinare lo stato della scena del reato, oppure collabora con la magistratura. Nessuna sanzione, invece, per chi ritratta.

 

 

#375-c-p, #reatodidepistaggio, #riforma

La tutela del minore vittima di violenze e abusi

I diritti e la tutela del minore vittima di reati, quali la violenza e gli abusi sessuali, sono materie in continua evoluzione, a causa della sempre più frequenza con cui tali reati vengono messi in atto.

Nell’ambito del diritto europeo, la tutela dei diritti del minore trova la sua fonte in alcune convenzioni, la Convenzione dei diritti del fanciullo del 1959, la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata a New York nel 1989 e la Convenzione di Lanzarote, entrata in vigore nel 2012. 

Le norme internazionali stabiliscono che il bambino, in virtù della sua fragilità e vulnerabilità, ha diritto a un sano sviluppo, sia fisico sia mentale, a essere nutrito, curato, accudito e aiutato se orfano. Il minore è, così, considerato soggetto di diritto che deve poter ricevere un’educazione, ha diritto a un nome e a una nazionalità e non deve essere soggetto a discriminazione, con particolare attenzione e assistenza per i portatori di handicap.

Riguardo al minore vittima di violenza e abusi, in ambito procedurale, vi sono delle particolari disposizioni normative idonee a tutelarlo, che gli consentono anche un’adeguata protezione giudiziale, affinché siano poste in essere le dovute cautele nei suoi confronti e nei confronti dei traumi subiti. Il vecchio codice di procedura penale, antecedente al codice Vassalli, non prevedeva norme sul minore “testimone” , ad eccezione di quella che escludeva che il minore di quattordici anni, chiamato a deporre, dovesse prestare giuramento.

Per proteggere la serenità e la tranquillità del minore, sono state inserite nel codice di procedura penale, Vassalli, delle disposizioni che stabiliscono lo svolgimento dell’udienza a “porte chiuse”, per l’esame dei testi minorenni; esame che può avvenire solo su richiesta di parte e con l’assistenza di un familiare o di un esperto di psicologia infantile. Al fine di evitare ulteriori traumi derivanti dal contatto tra la vittima e il suo abusante, il codice prevede, inoltre, che l’esame sia effettuato mediante l’uso di un vetro specchio, con un impianto citofonico.

All’interno del codice penale italiano, nel titolo dedicato ai reati contro la libertà personale, sono contenuti gli art. 609 bis e seguenti, volti alla tutela del rispetto della persona e alla tutela dell’integrità psico-fisica del minore. La stessa tutela è posta in essere dalla legge 66/96, rubricata “Norme contro la violenza sessuale” e dalla legge 269/98, rubricata “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di schiavitù”. 

Per quanto attiene all’assistenza e al sostegno delle vittime, lo Stato ha creato delle strutture, come case famiglie o centri d’ascolto, per sostenere il minore vittima degli abusi e le loro famiglie, anche durante lo svolgimento del processo, al fine di evitare ulteriori traumi e danni morali o materiali per l’infante. Sono numerose, inoltre, le norme previste per la riservatezza dei dati personali del minore.

#abusisessuali, #art-609bisc-p, #minore-vittima, #violenzasessuale

Il terrorismo internazionale tra paura e previsione legislativa.

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Le radici di quello che oggi chiamiamo terrorismo affondano in un lontano passato di più di duemila anni fa. Episodi terroristici, infatti, sono avvenuti in tutte le epoche storiche e sotto moltissimi regimi politici, basti pensare alle remote congiure a palazzo, nell’epoca dell’impero romano, fino ai recenti attacchi contro la Francia;  con la differenza che il terrorismo del 21° secolo colpisce anche la c.d. gente comune.

La percezione di questi violenti e spiacevoli episodi come minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, si fa risalire all’attacco alle Torri Gemelle del 2001, contro gli Stati Uniti ma, le prime manifestazioni terroristiche alle quali fu attribuito rilievo, dal punto di vista internazionale e giuridico, sono quelle del 19° secolo, contro capi di Stato e di governo.

Furono proprio queste che portarono all’adozione, a Ginevra nel 1937, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del terrorismo, mai entrata in vigore a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale. Nel secondo dopo guerra, emerge un modello normativo, derivante da alcuni accordi internazionali, cui tutti gli Stati devono conformarsi. Tale modello stabilisce che ogni Stato deve prevedere nel proprio ordinamento statale, una fattispecie che contempli come reato il crimine del terrorismo, con pene assai severe.

La previsione nel codice penale

Il nostro codice penale, all’art.270, prevede il delitto di associazione con finalità di terrorismo internazionale, in base al quale :

“Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato , è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Chiunque partecipa alle associazioni di cui al primo comma è punito con la reclusione da uno a tre anni.
Le pene sono aumentate per coloro che ricostituiscono, anche sotto falso nome o forma simulata, le associazioni di cui al primo comma, delle quali sia stato ordinato lo scioglimento.”

La norma ha assunto tale significato solo a partire dal febbraio 2006, quando a seguito della riforma, il soggetto attivo del reato non è più la sola associazione comunista, socialista e anarchica, ma “chiunque”.  La condotta incriminata consiste nel promuovere, costituire, organizzare o dirigere, anche solo indirettamente, associazioni che si propongono il compimento di atti di brutale violenza su persone o cose, con finalità di terrorismo.

La paura va combattuta

Sarebbe inutile negare l’esistenza di questa nuova minaccia che sta terrorizzando la gran parte della gente. Il pericolo è effettivo e bisogna fare qualcosa, perché la paura e l’incubo di nuovi attentati non possono e non devono influire sule nostre abitudini e sul nostro modo di vivere. Altrettanto inutile, sarebbe guardare con sospetto tutti quelli che si distinguono per la loro religione o etnia. Sfatiamo tutti questi luoghi comuni; non tutti i musulmani sono terroristi e la condanna per questo male è unanime per tutte la comunità di musulmani. Gli ultimi mesi del 2015 sono stati devastanti: bombe da Beirut a Baghdad, fino alle sparatorie di Parigi. Ognuno di questi attacchi ha ferito e ucciso qualcuno e questo qualcuno era un marito, un fratello, un padre, un figlio ma soprattutto era una persona come tutte le altre. Il terrorismo, che sia etnico, politico o religioso, va combattuto in tutte le sue forme, anche in quelle meno evidenti ai nostri occhi ma siamo sicuri che solo la cultura e l’integrazione tra i popoli può annientare questo male? Io voglio crederci e, soprattutto, voglio sperare che il bene può vincere sul male ma è comunque necessario che le nostre famiglie e qualsiasi persona si sentano al sicuro in ogni posto del mondo.

#art-270-c-p, #paura, #terrorismo